Pubblicato il 10 maggio 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

I 10 spot più visti di aprile 2013

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Quali sono stati gli spot più visti del mese di aprile? Vogliamo dire virali? Ok, diciamo anche virali, ma teniamo presente che, essendo spot, hanno avuto la dovuta (e correttissima dal punto di vista della distribuzione) spintarella dal video seeding.

Non mi espongo a dare giudizi personali sulla qualità degli spot, ma si possono individuare due “trend” che si alternano nella top 10: da un lato c’è lo spot che viaggia costantemente sulla linea del trash/nonsense (o la supera in modo abbondante) con il gioco di parole e l’esagerazione per far divertire ed intrattenere, dall’altro il messaggio più profondo che vuole puntare sulle emozioni positive. La mia preferenza va a quello di Dove, e una menzione d’onore a Old Spice che piazza due spot nei 10 più visti.

10 – Nestlè: un bambino e suo nonno imparano ad andare d’accordo

9 – Lunchables: Rob Dyrdek gioca con i gavettoni

8 – Sauza Tequila e il bagnino

7 – Old Spice e la doccia perpetua

6 – Per farvi giocare a Call of Duty mandano due loschi figuri a lavorare al vostro posto

5 – Altro spot di Old Spice, forse ancora meno sensato del precedente

4 – Beyoncè e le sue decine di cambi d’abito per Pepsi

3 – Kmart: i giochi di parole sulla cacca non tramontano mai

2 – Dove dimostra che le donne si vedono sempre meno belle di come sono

1 – I bimbi ballerini di Evian

via Adweek (i dati sono riferiti alle visualizzazioni fino al 2 maggio)

Pubblicato il 7 maggio 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Il 20 marzo scorso MediaMind ha diffuso il suo report annuale sugli annunci video, basato sull’analisi di più di 600 miliardi di impression distribuite in 47 paesi del mondo nel corso del 2012. In generale, gli annunci video hanno fatto la parte del leone nel 2012, aumentando del 43.8% rispetto al 2011. Nel paper, scaricabile dal sito di MediaMind, sono presenti delle tabelle riassuntive di tutti e 47 i paesi considerati con le performance per tipo, formato e categoria merceologica. Sperando di farvi cosa gradita, ho estrapolato i dati riguardanti i CTR per l’Italia:

ctr-video-italia-tot

Per gli annunci video autoplay:

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Per gli annunci video click-to-play:Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Per gli annunci video con banner ad espansione:ctr-video-italia-expandable

Una nuova metrica: la Viewability

La maturazione del digital è affiancata dall’evoluzione delle tecniche per misurare i risultati e per stabilire i prezzi. Ecco allora la proposta di utilizzare una nuova metrica che potrebbe diventare il KPI standard prendendo il posto del click, considerato non più attuale e meno affidabile di qualche tempo fa: la viewability.

La riflessione nasce dopo aver osservato che solo il 63% degli annunci erano visibili, e dunque le impression non viste effettivamente andavano ad abbassare notevolmente gli indici di performance. L’idea è quindi di spostare l’attenzione dalle impression totali alle impression realmente visibili, cioè conteggiare solo le visualizzazioni di pagina in cui l’annuncio viene visualizzato effettivamente da chi naviga (molte volte i banner posizionati sotto il primo scroll di pagina non vengono visualizzati affatto, ma associando le impression alle visualizzazioni di pagina vengono conteggiati).

Con un conteggio ponderato, invece, si può assicurare agli inserzionisti che l’annuncio resti visibile per un tempo sufficientemente rilevante. Attualmente si considera come viewable una impression in cui il 50% dei pixel dell’annuncio sono visibili per almeno un secondo). Ovviamente i valori numerici assoluti si abbassano, ma il CPM e gl indici di performance aumentano. Win-win.

Dai primi studi la visibilità effettiva media è del 63%, con delle punte nei settori travel, news/media, prodotti di consumo e corporate. Gli annunci meno visibili invece rientravano delle categorie finanza e telecomunicazioni.

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Magari all’inizio non verranno completamente messe da parte le metriche tradizionali, anche perché ci sono ancora delle difficoltà tecniche nel conteggiare le impression reali, ma si potrà dare ai professionisti un modo di fornire anche dei dati qualitativi oggettivi, oltre a quelli quantitativi. Ma il tutto è interessante perché, considerando solo le impression reali, i dati di engagement e quindi quelli di performance “fisica” aumentano notevolmente: ad esempio, il CTR era maggiore del 54.5% rispetto alla misurazione standard.

Il CTR degli annunci video in Italia e nel mondo

Insomma, che ne pensate? Secondo me è un ottimo punto di partenza, magari da espandere a tutte le nuove categorie di annunci, che non possono rimanere ancorate alle misurazioni tradizionali.

Pubblicato il 29 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Netnografia: la nuova frontiera della Social Media Strategy, il 3 maggio a Capri

Netnografia: la nuova frontiera della Social Media Strategy, il 3 maggio a Capri

Il 3 maggio Alex Giordano sarà al Capri Trendwatching Festival 2013 per il workshop “Netnografia: la nuova frontiera della Social Media Strategy”.

Il workshop proporrà un percorso per comprendere le reali opportunità della comunicazione 2.0 e sviluppare il proprio business attraverso i Social Media, proponendo anche case history italiane e internazionali. Un appuntamento rivolto a studenti e professionisti del settore che possono avvicinarsi ai temi complessi della netnografia con costi minimi e in una location esclusiva.

Si cercherà di fornire ai partecipanti delle griglie e degli strumenti per approcciare in modo strategico e scientifico operazioni di Social Media Marketing.

Così ce lo presenta Alex stesso:

“Troppo spesso si pensa che aprire una fan page su Facebook o un account su Twitter possa risolvere tutti i problemi della marca. Invece non è così. Bisogna capire qual è il senso che può avere il nostro agire digitale e come fare per relazionarci con i nostri pubblici in maniera non autoreferenziale per la nostra azienda (questo lo faceva la vecchia pubblicità) ma in maniera per loro rilevante.

Certamente sono tante le variabili che contano: content stategy, seo, analytics, etc… cercheremo di capire come inquadrare strategicamente ciascuno di questi momenti.

In particolare, con la netnografia possiamo capire puntualmente quali sono i luoghi, i toni, i messaggi di comunicazione che si aspettano i nostri pubblici ed addirittura co-creare con loro prodotti gia attesi sul mercato. Una vera rivoluzione che consente di utilizzare strumentazioni della brand reputation in maniera proattiva ed efficace per la marca.”

Si può partecipare iscrivendosi al costo di 40 euro
3 maggio 2013, ore 11.00-16.00
Luogo: Grand Hotel Quisisana – Capri
Per info: http//www.capritrendwatchingfestival.com/festival/workshop/netnografia/

Chi invece non ha mai sentito parlare di netnografia e volesse farsi un’idea, può visitare il sito www.netnografia.it o leggere gli altri nostri post sull’argomento.

Pubblicato il 24 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Il display advertising è morto, lunga vita al display advertising!

Il display advertising è morto, lunga vita al display advertising!

La pubblicità online sta spostandosi, con la diffusione più che capillare raggiunta dagli smartphone, verso le piattaforme di annunci mobile.
Dovendo cercare di essere sempre informato su quello che accade nel settore online e digital, mi sono trovato a leggere alcune statistiche sui banner, definite preoccupanti da Brian Morrissey su Digiday.

Tra le tante:
- L’utente medio di internet vede 1.707 banner al mese, mentre un utente del segmento 25-34 anni arriva a 2.094;
- Si stima che il 31% delle impression totali dei banner non possono essere visualizzate;
- La probabilità di sopravvivere a un disastro aereo è maggiore rispetto a quella di cliccare un banner;
- Circa la metà dei clic effettuati da mobile sono involontari.

In effetti questi numeri, se li consideriamo in termini assoluti e li analizziamo superficialmente, possono essere preoccupanti. Però non possiamo basarci soltanto sul numero di impression e sul numero di clic. In quel caso dovremmo tutti smettere di buttare via i soldi dei clienti facendo campagne display.

E’ riduttivo basarsi solo sul CTR per misurare le performance di una campagna di display advertising (ma anche di performance marketing in generale, se è per questo). Certo è la statistica più semplice e rapida da misurare, ma ci sono tantissimi fattori da considerare: quanto è valida/efficace la call to action, la frequenza, il formato, la posizione e quindi la visibilità sulla pagina, e così via…

Inoltre, e spero di non essere l’unico a pensarla così, non ho mai considerato l’idea di utilizzare solo una campagna display per vendere. Lo dice la parola stessa, display advertising: visibilità, brand awareness, esposizione. Spesso la conversione più importante che si possa desiderare è una brand experience positiva, che porti a un guadagno in termini di brand equity.

Quest’ultima si può ottenere con uno scambio di valore tra brand e destinatario del banner. Magari il messaggio non risulterà utile subito ma, se è ben veicolato e memorabile (nel senso che resta impresso), tornerà in mente al momento giusto. Lo ha detto anche Don Draper: se lavora l’immaginazione del consumatore non ci sono limiti di tempo o di budget, l’annuncio può girare anche tutto il giorno.

Per concludere, non fermiamoci di fronte ai numeri, ma guardiamo l’insieme. La display è utile, ma è sempre una parte del tutto.

Pubblicato il 16 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Netnografia dell’aperitivo su Instagram

Netnografia dell'aperitivo su Instagram

L’aperitivo è una pratica in evoluzione, sia nel linguaggio che nelle tendenze: dal punto di vista del bere, dopo lo Spritz, il vino sembra ricoprire un ruolo centrale, mentre dal punto di vista del mangiare i consumatori chiedono un aperitivo sempre più ricercato, differenziato e genuino. Esso viene consumato nei classici luoghi di tendenza, caotici, festaioli e modaioli, tuttavia emerge forte la voglia di location più intime e meno affollate.

Si delinea quindi un consumatore evoluto che, malgrado racconti una pratica di consumo di massa, è in grado di indicarne i limiti e le potenzialità. Il nostro emancipato consumatore di aperitivi è emerso da una netnografia svolta su Instagram, un social network in cui la maggioranza degli utenti (a livello globale) si attesta nella fascia d’età 18-24, una fascia decisamente giovane, e a quanto pare più riflessiva di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Netnografia dell'aperitivo su Instagram

L’analisi è stata effettuata con Instacrawl, un tool proprietario sviluppato dal nostro Dipartimento di Etnografia Digitale. Sono state considerate 63.195 foto contenenti l’hashtag #aperitivo, senza filtri linguistici vista la completa italianità del termine, effettuando poi un’analisi quali-quantitativa degli hashtag. Infine sono state ridotte ad un campione a scelta ragionata di 2.000 unità, sul quale è stata svolta una nuova analisi qualitativa.

Analisi quantitativa: la rete degli hashtag

Le foto caricate su Instagram sono convenzionalmente accompagnate da una sequela di hashtag (es. #venerdi #love #aperitivo #caipiroska #fragola #bereperdimenticare), di cui abbiamo analizzato la rete. In generale, osservando gli hashtag che compongono la rete nel suo complesso si ha come l’impressione che gli utenti ci vogliano raccontare dell’aperitivo, spiegarcelo in un certo senso: cos’è? Cosa si fa? Dove e quando? Una pratica tanto importante da dover essere fotografata e, appunto, condivisa.

Analisi qualitativa

Come si può osservare dalla torta, gli oggetti più fotografati, oltre ovviamente alle bevande, sono gli utenti stessi. Rispetto alle bevande notiamo come ad essere maggiormente fotografati sono i cocktail seguiti dal vino e dalla birra, mentre le tavole strapiene di junk food non attirano particolarmente l’immaginario (e le fotocamere) degli utenti Instagram.

Netnografia dell'aperitivo su Instagram

Netnografia dell'aperitivo su Instagram

 Analisi interpretativa

Questo dunque ci porta a supporre che:
1) Nelle scelte fotografiche dei consumatori ci sia un’implicita richiesta di qualità e di varietà rispetto al cibo;
2) Sia passato l’entusiasmo per la novità del “tutto a volontà”, cosa che induce le persone a guardare verso consumi alimentari più ricercarti e differenziati;
3) L’aperitivo è diventato una pratica sia di massa che quotidiana, cosa che ha portato i consumatori a rendersi conto dell’insostenibilità di un’alimentazione incontrollata.

In particolare, risaltano 3 trend di consumo emergenti: il consumo di prodotti tipici locali (quindi più genuini) si contrappone alla raffinatezza di cibo e location (chi ha detto sushi?), mentre lo spritz è quasi sempre protagonista del “rituale” dell’aperitivo.

Parallelamente, sono individuabili cinque identità culturali principali:
- Il frequentatore di locali di tendenza per l’aperitivo cool, fashion e mondano;
- Chi vede l’aperitivo come un momento di socializzazione, a casa (con il vino) o fuori (con lo spritz);
- L’amante dell’aperitivo ricercato e sofisticato, che si tiene lontano dai locali troppo affollati e guarda anche il design dell’ambiente (qualcuno direbbe radical chic);
- Il tradizionalista, amante del buon cibo e del buon vino italiano;
- Chi utilizza l’aperitivo per rilassarsi dopo una giornata di lavoro o nell’attesa di un evento a cui deve partecipare.

Per approfondire, vi rimandiamo al sito del Centro Studi Etnografia Digitale

Pubblicato il 15 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Netnografia: la brand reputation dei top player del vino in Italia

Netnografia del vino sui social media in Italia: blog e top brand

La Netnografia permette di raccogliere basi di dati e insight qualitativi e oggettivi da tradurre in soluzioni utili a potenziare la propria offerta commerciale per poi applicarle agli asset strategici come la brand reputation, la customer satisfaction e l’innovazione dei prodotti (ad esempio dati autentici sul sentiment, sulle dinamiche sociali del web 2.0, su come valorizzare le conversazioni online, linee guida utili per le strategie di marketing).

Su commissione dell’Associazione Nazionale Le Donne Del Vino, Viralbeat e il Centro Studi Etnografia Digitale hanno svolto un’indagine netnografica per scoprire quali fossero i trend culturali legati al consumo del vino e la percezione online dei brand vitivinicoli.

La ricerca è stata svolta su una base dati di 7098 post raccolti su Twitter, Facebook, Instagram, Forum e Blog, tra il 26/02/2013 al 18/03/2013. Era finalizzata a:

a) Community detection;
b) Cultural insight discover;
c) Cultural identity discover;
d) Trend watching;
e) Brand reputation;
f) Communication evaluation.

Informazioni principali emerse dall’analisi

1) Per gli utenti della rete il vino è anzitutto un oggetto culturale di consumo quotidiano, prima di essere brand o azienda;

2) Il macro-discorso online sul vino è sostanzialmente diviso in due: da una parte un discorso generico, che privilegia gli aspetti di quotidianità e convivialità, dall’altra un discorso esperto, attento ai brand e alle pratiche tecniche (es. degustazione);

3) Su Twitter, Instagram e sui Blog è chiaramente identificabile la presenza di una community di winelovers: consumatori appassionati e competenti, che si auto-etichettano in tal modo;

4) I temi maggiormente associati ai concetti di ‘Vino’ e ‘Winelovers’ sono: ‘Territorio’, ‘Marchi e Aziende’, ‘Food’;

5) Dalle conversazioni emergono tre principali significati culturali legati al consumo del vino: ‘Vino bio e Sostenibile’, ‘Importanza del packaging’, ‘Donne e Dieta’;

6) Il network delle community dei winelovers va a comporre un macro-aggregato, fluido e disperso, definibile come web tribe. Tale web tribe condivide, da un lato quattro significati simbolici relativi al vino (conviviale, da abbinare, territoriale, rilassante), dall’altro quattro tipi di identità culturali (Enjoyer, Prophet, Wine Victim, Wannabe);

7) A livello di reputazione, i primi 3 brand per numero di fan su Facebook sono: Santa Margherita, Frescobaldi, Mezzacorona. I primi 3 brand per numero di follower su Twitter sono: Fontana Candida, Mezzacorona, Cantele. I primi 3 brand per numero di citazioni sui blog sono: Consorzio del Brunello, Castello Banfi, Frescobaldi. I primi 3 brand per engagement sono: Consorzio del Brunello, Frescobaldi, Planeta;

8) Almeno su Twitter e Facebook i brand vitivinicoli non attirano buzz negativo; in particolare spicca Forti del Vento con il suo 84% di Sentiment positivo, seguito da Mezzacorona (60%) e Feudi San Gregorio (59%);

9) Le iniziative di comunicazione #GOTour di Forti del Vento e i racconti su Twitter di Santa Margherita ottengono un buon successo tra il pubblico della rete.

Video riassuntivo della ricerca

Infografica: I 12 brand italiani più attivi sui social

In questa infografica sono rappresentati i top player emersi tra i brand di aziende vitivinicole italiane: da una lista iniziale di 83  brand sono stati selezionati i 12 più attivi, tenendo conto del numero di fan su Facebook e follower su Twitter. Successivamente sono stati calcolati l’engagement (RT + mention su Twitter diviso numero di follower), e il sentiment (cliccare sull’infografica per ingrandirla).

Netnografia: la brand reputation dei top player del vino in Italia

Gli hashtag più usati su Instagram

Netnografia del vino sui social media in Italia: blog e top brand

Gli hashtag più usati su Twitter

Netnografia del vino sui social media in Italia: blog e top brand

Pubblicato il 10 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Che ci fai con 1 Euro? La prima campagna digital del Governo Italiano

Anche le aziende più tradizionali, abituate ai media classici, stanno comprendendo l’importanza di comunicare in modo consapevole sul web, scampando ai pericoli delle improvvisazioni di sorta. Istituzioni, enti pubblici, seppur con i dovuti piedi di piombo, hanno capito che essere fuori dal Web è sacrificare buona parte del potenziale comunicativo di una iniziativa o di una campagna.

Per questi motivi, per la prima volta nella sua storia il Governo Italiano ha scelto di utilizzare anche Internet come mezzo di comunicazione. Scelta condivisibile, considerando il pubblico destinatario della campagna: under 35 che da qualche mese possono  fondare una società versando solo 1 euro di capitale, invece dei 10.000 previsti precedentemente (Decreto Legge sulle Società Semplificate a Responsabilità Limitata).

Portare l’istituzione per eccellenza a comunicare con e nella Rete ha richiesto la traduzione in un registro linguistico nuovo di messaggi che finora venivano comunicati in maniera assolutamente tradizionale, utilizzando un linguaggio noto e consolidato e strumenti di comunicazione unidirezionali, per questo a veicolare la notizia della costituzione della Srls sul web dovevano essere personalità provenienti dal web stesso.

Gli Youtubers protagonisti della campagna ideata sono giovani che hanno fatto delle loro passioni un lavoro, pertanto sposano perfettamente il messaggio da veicolare. In fondo “cosa ci fai con 1 Euro”? I quattro hanno risposto a questa domanda in una serie di video in piena autonomia e con lo stile unico che li contraddistingue.

Gli spot, embeddati di seguito, sono già in onda anche sui canali RAI, oltre che pubblicati sul canale Youtube dedicato http://www.youtube.com/con1euro .

Matteo Bruno alias Canesecco

Claudia Genolini alias Cicciasan

Daniele Selvitella alias Daniele Doesn’t Matter

Andrea Vadrucci alias Vadrum

La diffusione dei video, sostenuta da una campagna di video seeding su circuito blogger, è stata affidata a noi di Viralbeat. Contemporaneamente abbiamo portato avanti un’attività di blog relation e buzz seeding, coinvolgendo blog e siti più settoriali (ad esempio di economia e finanza), ma anche altri più generalisti come quelli che trattano di attualità e società. Ad ora, Con1Euro ha totalizzato circa 100mila views in un mese e decine di articoli che ne parlano.

Quindi mi resta solo da chiederlo a voi, che ci fate con 1 Euro?

Pubblicato il 8 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

La Netnografia per il marketing del vino al Vinitaly

La Netnografia permette di studiare la cultura dei consumatori online e di ricostruire i contesti emotivi, valoriali e simbolici delle loro esperienze di consumo, combinando tecniche quantitative di data mining con tecniche qualitative di analisi del testo e del discorso. Quindi necessita, a nostro modo di vedere, di uno stile di ricerca che combina cinque tecniche principali: Sentiment Analysis, Content Analysis, Discourse Analysis, Network Analysis, Link Analysis.

Domani, martedì 9 aprile, presenteremo i risultati di una ricerca realizzata con l’Associazione Nazionale Donne del Vino. Il Convegno dal titolo “Vino e Social Media: la Netnografia per un approccio strategico al nuovo marketing del vino” si terrà alle ore 11.00 presso la sala Puccini del Centro Congressi Arena Veronafiere nell’ambito della manifestazione Vinitaly.

L’analisi, focalizzata sull’universo del vino online, si poneva l’obiettivo di:

1. Far emergere ed analizzare le community della rete associate al tema vino;
2. Evidenziare i principali player del settore attraverso la valutazione del volume delle conversazioni associate a tali brand;
3. Analizzare il percepito online dei suddetti player per indagare e comprendere le motivazioni di tale rilevanza;
4. Comprendere l’universo culturale degli amanti del vino e, in particolare, il percepito da parte di questi ultimi delle azioni di comunicazione messe in atto dalle aziende vitivinicole e della innovazione nel settore della comunicazione;
5. Identificare istanze di mercato emergenti e significative e individuare potenziali evoluzioni e trend di lungo periodo nel settore;
6. Estrarre insight di rilevanza strategica utili ad orientare future azioni strategiche delle aziende negli ambiti comunicazione, marketing e prodotto.

Per raggiungere gli obiettivi di ricerca è stato necessario affrontare due momenti analitici, caratterizzati da tecniche di ricerca tarate ad hoc:

1. Ricostruzione dell’universo culturale e delle identità dei consumatori di vino sui social media;
2. Analisi delle percezioni e dei network degli utenti che parlano delle principali aziende vitivinicole sui social network;

Nella prima fase sono state monitorate alcune parole chiave su Facebook, Twitter, Instagram, forum e blog vari per ricostruire il network delle community del vino in Italia e individuarne gli attori più influenti. Successivamente sono state selezionate le aziende vitivinicole più attive sui social media e ne è stata monitorata la brand reputation.

Per solleticare ulteriormente la vostra curiosità, abbiamo costruito un’infografica (che pubblicheremo nel prossimo post) per darvi un assaggio dei brand analizzati e dei risultati. Per il resto, ci vediamo domani al Vinitaly. Oppure, restate sintonizzati sul nostro blog perché in settimana pubblicheremo un post più approfondito con i risultati della ricerca!

Update: I risultati della ricerca sono online a questo link!

Pubblicato il 4 aprile 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

5 tool per costruire infografiche e rappresentazioni di dati

L’overload informativo si sta trasformando in overload sensoriale: è difficile mantenere l’attenzione sulla stessa pagina (o sullo stesso schermo) per più di qualche secondo. Quindi c’è una tendenza a preferire le immagini o, in generale, i contenuti ricchi di elementi visivi, più immediati e più coinvolgenti fin da subito.

Ecco perché la componente visual è stata senza dubbio il leit motiv di tutti i trend e le strategie di content marketing degli ultimi tempi. Basta guardare, a parte la rapida ascesa di piattaforme basate esclusivamente sui contenuti visivi come Instagram o Pinterest, anche le recenti modifiche ai newsfeed di Facebook e Google+, che valorizzano tantissimo i post “grafici” e tendono a mettere il testo un po’ in secondo piano.

Le infografiche, giustamente, sono la prima cosa che viene in mente: da un lato perché permettono di rendere gradevole alla vista una serie di dati e statistiche, dall’altro perché sono estremamente facili da condividere (e un po’ stimolano anche a farlo). In più, un report sotto forma di infografica fatta bene può essere l’asso della manica di qualsiasi campagna di marketing.

Però non sono altrettanto facili da realizzare: chi non ha un background da grafico o il budget per ingaggiare un professionista potrebbe trovarsi in difficoltà, ma non per questo deve pensare di essere tagliato fuori. Esistono dei modi piuttosto semplici per superare l’empasse, se uno sa accontentarsi: ad esempio si potrebbero usare dei tool che permettono di generare automaticamente le proprie infografiche.

Tool per infografiche e rappresentazioni di dati

Piktochart

Piktochart è un tool interamente web-based che offre sei temi nella versione gratuita (e tantissimi altri nella versione a pagamento). Si può costruire qualcosa di bello usando forme e icone predefinite con un semplice drag and drop, e aggiungere vari tipi di grafico utilizzando i dati importati da un file CSV o inseriti manualmente.

Easel.ly

Easelly non permette di inserire dati reali, ma è ottimo per le mappe concettuali e lo storytelling. L’interfaccia e i temi sono spettacolari, e c’è una grande varietà di oggetti veramente ben fatti (se non vi bastano, potete anche caricare immagini dal vostro PC).

Infogr.am

Infogr.am è un altro tool web-based con l’ interfaccia semplice, ottimo per costruire grafici usando dati reali (ci sono 31 tipi di grafici davvero belli da vedere, compresi scatter plot, diagrammi a bolle e mappe). Permette anche di inserire le proprie immagini.

Visual.ly

Forse il più conosciuto dei cinque elencati, Visual.ly consente di integrare i dati anche da Facebook e Twitter per analizzare hashtag, profili e chi più ne ha più ne metta. Sebbene abbia possibilità di personalizzazione pressochè nulle, incorpora nel sito un vero e proprio marketplace per raggiungere tanti specialisti (ma già solo guardando gli esempi proposti si può prendere ispirazione).

Tableau

Tableau è interessante per la rappresentazione dei dati: una volta scaricato il software si può importare un foglio di calcolo e creare una serie di visualizzazioni interattive (anche le mappe di densità).

Altri tool e risorse utili

Balsamiq

Balsamiq è un tool per il wireframing che consente di impostare diagrammi e schizzi per il design dell’interfaccia sia web che mobile, ma anche per i mockup in generale. Tra le altre cose, il team è in buona parte italiano!

TimelineJS

TimelineJS si poggia su Google per costruire una linea temporale che può contenere link da Youtube, Flickr, Twitter, SoundCloud e tante altre fonti. E’ fantastico per le narrazioni lineari e interattive (la storia di un’azienda ad esempio, ma anche il report di una campagna).

Present.me

Present.me è un tool utilissimo perché ci si può registrare mentre si fa una presentazione, con le slide da un lato e il presentatore dall’altro.

Pubblicato il 25 marzo 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Video seeding e viralità: tutto quello che volevate sapere

Virale, virale, virale: il santo Graal della comunicazione digitale, e un elisir di eterna giovinezza per i creativi che hanno la fortuna di indovinare il concept giusto. Tuttavia non è semplice che un video pubblicitario (sia esso uno spot o un contenuto branded) si diffonda in tempi brevi in modo spontaneo, per questo viralità e diffusione camminano mano nella mano. Il video seeding è un ottimo modo per dare una “spintarella” iniziale.

Viralità

Virale non si nasce, si diventa. Sarebbe un po’ assurdo affermare a priori di aver creato un video virale, è come se una casa cinematografica annunciasse le riprese di un film che incasserà milioni e milioni. Quello che è possibile, invece, è progettare un contenuto che faccia vibrare le corde emotive di chi riceve il messaggio, stimoli i suoi interessi o lo colpisca al punto da fargli decidere di condividere il nostro video.

La fase strategica

Un contenuto che possa davvero stimolare alla condivisione deve nascere con un’idea precisa dell’effetto che dovrà avere su chi riceve il messaggio, e della rilevanza del concept rispetto al brand o al prodotto. Senza dubbio ci vuole un qualcosa che sappia attirare l’attenzione e sia possibilmente “sul pezzo”, cioè rilevante per il pubblico e/o correlato a un evento recente. Se poi stimola chi lo guarda a re-interpretarlo e ricrearlo meglio ancora. La condivisione comunque non può esistere senza engagement.

Branding intelligente

Uno spot può essere ricordato perché molto divertente, ma magari faticare ad essere associato al brand che l’ha realizzato: occorre trovare una via di mezzo. Spesso il fattore discriminante all’adozione del contenuto è proprio il livello di branding: le persone si fidano poco dei contenuti provenienti dalle aziende, e non amano fruire di un contenuto con un mero e dichiarato scopo pubblicitario.

Se nel video la presenza del brand è massiccia, è più facile che sia condiviso dagli utenti se sono degli influencer a proporlo. Stesso discorso vale per i testimonial, un personaggio celebre non basta più per assicurare il successo di una campagna video. Provate invece a cercare un testimonial attivo e con un pubblico attivo online, i risultati saranno sicuramente migliori.

La diffusione

La diffusione è diversa dalla viralità: si tratta di selezionare i luoghi del web (blog, siti, piattaforme, forum, chi più ne ha più ne metta) con le caratteristiche più adatte per “inseminare” (che in inglese si dice seeding, per l’appunto), banalmente dare visibilità, al nostro contenuto e fare in modo che “attecchisca”, cioè che le persone dopo averlo guardato ne parlino, lo condividano, ci interagiscano in qualche modo.

Questo è sempre possibile, anzi è la modalità più utilizzata per favorire la diffusione di un contenuti video. E vi dirò anche il motivo: mentre la diffusione virale è spesso imprevedibile (può avvenire subito o metterci molto tempo), le campagne di marketing hanno delle tempistiche da rispettare e il boost iniziale dato dal seeding può essere fondamentale.

Come funziona il video seeding

Fare seeding è come starnutire in faccia alle persone per attaccare loro l’influenza. A parte il paragone colorito, come svolgere una campagna di questo tipo in modo corretto? Vi direi di telefonarci perché facciamo tutto noi, ma magari siete abbastanza temerari da farlo da soli, e allora vi espongo qualche linea guida. La parola temerari non è usata a caso: c’è molto lavoro da fare, l’attività richiede una discreta quantità di tempo, non esistono formule magiche.

L’ attività di seeding può essere di due tipi: “paid for placement” e “outreach“. Il paid for placement, come dice la parola stessa, consiste nell’acquisto della visibilità su siti o piattaforme selezionate, di solito perché sono influenti e popolari all’interno di un pubblico adatto alla campagna.

L’altro tipo, l’”outreach”, è quello a cui di solito ci si riferisce quando si parla di seeding. Consiste nel contattare in modo mirato alcune persone che gestiscono un blog o hanno account molto seguiti sui social network, e quindi postano contenuti che raggiungono un pubblico vasto. Non si può pagare per ottenere la visibilità sui loro spazi, per questo è importantissimo coltivare i rapporti con loro. E’ chiaro che poi il contenuto debba essere valido e rilevante, e possibilmente nuovo.

I paid media non sono malvagi

E’ giustissimo parlare di finta viralità laddove siano state utilizzate pratiche scorrette (ad esempio, l’acquisto di pacchetti di visualizzazioni da parte di utenti indeterminati o costruiti ad hoc) per assicurare visibilità, ma non per questo bisogna demonizzare l’utilizzo dei paid media. Una campagna paid può infatti essere un perfetto trampolino di lancio, e se il contenuto è valido le visualizzazioni garantite acquistate possono moltiplicarsi facilmente. Per gli stessi motivi direi che non si può più prescindere dal seeding: in un ambiente così saturo di informazioni è fondamentale essere presenti, e coltivare relazioni con blogger, testate e personalità di spicco può fare solo bene.

La selezione è la parte più importante

Alla fine si riduce tutto nel selezionare il tramite giusto per il vostro contenuto. Come fare?

1) Trovate le persone più adatte a cui rivolgervi: ma ricordate che fare seeding non vuol dire limitarsi a preparare una mail e inviarla a tutti gli indirizzi che avete a portata di mano. Potrebbe farvi più male che bene, addirittura. Pensate invece a chi potrebbe essere maggiormente interessato a ciò che state promuovendo e, soprattutto, possa ritenere giusto condividerlo.

2) Conosceteli: di solito alle persone non piace ricevere pubblicità non richiesta da gente che non conosce, a meno che il contenuto non sia davvero speciale. Se invece siete stati bravi ad intessere relazioni con loro, è molto più probabile che rispondano in modo positivo.

3) Siate rispettosi al massimo: nel loro mondo, gli influencer sono seguiti e rispettati (per questo li contattate, giusto?) e quindi vanno trattati con particolare attenzione. Basta un tweet o un post a sollevare un polverone…

4) Contattateli in modo personale: ovviamente dalla 3) deriva che l’ideale è parlare personalmente con gli influencer selezionati, per telefono, email o messaggi diretti. Rispondete alle eventuali domande e, di nuovo, con rispetto.

5) Pensate a cosa potete fare voi per loro, non viceversa: se non offrite un qualcosa che possano utilizzare anche loro per coinvolgere il pubblico che li segue, è difficile che vi prendano in considerazione.

6) Il contenuto deve essere pronto all’uso: non vi aspettate che qualcuno voglia aiutarvi a portare traffico sul vostro sito, quello che dovreste offrire in cambio è un qualcosa che attiri traffico sul blog di chi contattate. Quindi è bene che il contenuto sia sotto forma di codice embed, in modo da restare tracciabile per entrambi.

7) Usate Youtube: quando si parla di video seeding ci sono tantissimi siti e piattaforme per farlo. Se è possibile scegliete Youtube, perché è il più diffuso, quello con più fiducia e, da non sottovalutare, quello con gli analytics migliori.

Ecco fatto, ci vuole un po’ di lavoro e molta attenzione, ma se avete fatto tutto giusto otterrete dei grandi risultati, che renderanno utenti e clienti felici e contenti (che fa anche rima).

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